Giovan Battista Mortarino/Siblä/Sibla

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Artorn


Sibla[modifiché]

Il perché e il percome – marzo 2010[modifiché]

L’inverno, si sa, non perdona. Quest’anno, poi, il mese di gennaio ce l’ha messa tutta per avviarsi come si deve e, per una sfilza di giorni, non ha aperto di un filo le sue ganasce di ghiaccio. L’orto era tutta una galaverna ed i rami dei meli e dei peschi erano così piegati che sembrava dovessero schiantarsi da un momento all’altro sotto il peso della brina; anche nella vasca dei pesci il ghiaccio, spesso quattro dita, faceva la sua parte.

Tutto era rigido dal freddo e anche gli animali cercavano di star fermi, di muoversi e volare proprio solo il necessario per non consumare le scorte di grasso accumulate sotto pelle nella stagione delle belle giornate. Non parliamo, poi, degli animali che si erano interrati o addormentati nelle vesciche della terra, nelle fessure degli alberi e nei buchi dei muri (come rane, pipistrelli, lucertole e biacchi) che, fino a dopo Sant’Agnese, non si sarebbero fatti vedere.

Anch’io ero chiuso in casa, come le mie api nelle loro arnie sistemate in bell’ordine in fondo all’orto. Mentre guardavo fuori dalla finestra pensavo che quella settimana lì avrebbe potuto essere stata l’ultima per un buon numero di animali selvatici. Era una settimana in cui il setaccio della Natura avrebbe fatto man bassa fermando nelle sue maglie i più deboli, i malati, i vecchi, coloro che erano nati «con la maledizione del rèciu». A motivo di una legge dura; una delle leggi che reggono l’ingranaggio della vita, quella che «il padre dell’etologia» Konrad Lorenz chiama «uno dei grandi costruttori dell’evoluzione: la selezione naturale». Ma io, sebbene sapessi quanto questa legge fosse importante e necessaria, non me la sono proprio sentita di far finta di niente quando ho visto un airone, sporco e sofferente, venire a posarsi con un volo traballante proprio nell’orto, vicino alla vasca dei pesci, appena lì, alla mia destra. Si vedeva subito che era sotto peso, che non ne poteva più; non si capiva se era lui che si trascinava appresso la fame o se era la fame che si trascinava appresso lui… e, di sicuro, doveva essere ridotto così da un bel po’ di tempo.

Essere venuto in paese, poi, in mezzo agli uomini ed ai loro cani, ai loro odori ed al loro baccano dimenticandosi di tenere sempre quella certa distanza che tutti gli animali selvatici tengono dagli uomini, era il segno che doveva essere giunto alla fine dei suoi giorni. Anche lui, come tanti altri, cercava di fermare il tempo stringendolo con tutte le sue forze nel becco, sotto le ascelle, nelle zampe… Sì, va bene, lo sapevo che non avrei dovuto mettermi in mezzo e lasciare che succedesse quello che sarebbe dovuto succedere; lasciarlo al suo destino: se fosse sopravvissuto… bene! E se fosse morto… pazienza! Ma si sa che un conto è come ragiona il cervello e un altro conto come ragiona il cuore. Io, poi, che sono una corda di burro e pendo sempre verso la parte del cuore, proprio non me la sono sentita di rischiare sulla sua pelle; mi sarebbe sembrato di mettere il mio zampino nella sua condanna a morte. E così non l’ho tirata per le lunghe, ho preso la porta e sono andato a comperare un bel cartoccio di pesce bianco nel negozio che ho la fortuna di avere, ancora, vicino a casa e gliel’ho buttato giù dalla finestra; un pesce alla volta, quasi a tiro di becco, sul ghiaccio della vasca dei pesci.

Se fosse stato un airone in buone condizioni, non dico sano come un corno, ma almeno appena appena vivace, sarebbe volato via senza dire né due né tre. Lui, invece, non se n’è nemmeno accorto; ha persino faticato a capire che quel ben d’Iddio piovuto dal cielo era roba buona da mangiare. Poi, piano piano, quasi con prudenza, si è deciso a piluccarne uno e, trascorso qualche istante, forse perché ha incominciato anche a sentirne il gusto, si è messo d’impegno ed ha incominciato finalmente a darci dentro in modo più deciso. Anche se non li ha mangiati in un soffio o in tutta fretta, come mi sarei aspettato da uno che il cibo lo anela ardentemente, è stato capace di farsene un gozzo… nel vero senso della parola. Terminato di mangiare, è volato sul tettuccio delle api, al caldo di un solicello fiacco che sembrava avesse deciso di uscire fuori solo per lui. Da quel giorno ho iniziato a mettergli, tutte le mattine, un pugno di sardine fresche o scongelate, sul ghiaccio, in un angolo della vasca dei pesci. Piano piano, sempre con prudenza, lui volava giù a mangiare. Dopo circa una settimana non c’è più stato alcun dubbio che sarebbe riuscito a salvare la pellaccia. Man mano diventava sempre più bello e in forma e dopo mangiato andava a farsi le penne sul tettuccio delle api ad una ventina di metri dalla vasca. Persino il ciuffetto sulla testa, sebbene ancora un po’ spettinato, si era quasi raddrizzato.

Trascorsa una quindicina di giorni ha incominciato anche a volare via dall’orto; stava via magari anche tutto il giorno ma, si poteva essere sicuri, che il mattino seguente, ad una certa ora, era lì, puntuale, sull’angolo del tetto a sbirciare la sua razione di pesci che io, puntuale più di lui, gli preparavo nel solito posto. Lui andava e veniva come se fosse stato a casa propria, io non mi dimenticavo d’andare alla finestra tutte le mattine per vedere se fosse arrivato o se, per caso, fosse in ritardo… come uno di famiglia. E, uno di famiglia, di certo, bisogna chiamarlo per nome. E… non un nome qualsiasi ma un bel nome, un nome che gli si addica. È stato così che «in onore ed a ricordo» della fame patita dalla povera bestia in tutto il suo peregrinare prima di giungere sino a qui, dopo «un gran consiglio di famiglia» con mia moglie e mio figlio che, volenti o nolenti, si erano fatti coinvolgere nella faccenda, abbiamo deciso di chiamarlo con il nome di Sibla che, in dialetto, significa proprio una fame da non vederci più, una fame che dura da parecchio tempo.

Oramai anche i vicini erano stati coinvolti nella faccenda, tirati in ballo da uno dei bambini nella settimana che era stato a casa da scuola a causa dell’influenza e che, guardando fuori dalla finestra, ci aveva messo poco a vedere «una specie di fenicottero che svolazzava nell’orto». Oramai, dopo una decina di giorni, dopo le necessarie spiegazioni sulla «bestia» «circa la specie di appartenenza e le principali abitudini alimentari» e dopo aver visto tutti loro, e non una volta sola, guardare in aria senza un preciso motivo, mi ero convinto che, anche loro come noi, erano stati coinvolti emotivamente, si erano affezionati a quello spilungone che ci faceva stare alla finestra per vedere se fosse arrivato, se avesse mangiato, se fosse sul tettuccio o se fosse volato via… Passata Santa Giuliana, la primavera viaggia veloce ed io, ora, avevo paura di quando sarebbe giunto il momento, che oramai non doveva essere troppo lontano, in cui sarebbe volato via del tutto per trovarsi insieme ad altri aironi e nitticore in qualche garzaia per iniziare a costruire nidi ed allevare pulli.

Sentivo già che mi sarebbe mancato; sentivo già che avrei faticato a restare senza! Allora, prima che se ne fosse andato via per sempre, ho deciso di dirgli una cosa importante, una furbata, qualcosa che avrebbe dovuto tenere a mente quando fosse stato lontano da qui. Quando mi è sembrato il momento giusto, una volta che era accucciato sul tettuccio e che sembrava interessato ai miei movimenti gli ho fatto il mio discorso. Ho aspettato il momento in cui nessuno vedesse (per via della mia reputazione che nel mondo degli uccelli è ancora buona ma che nel mondo degli uomini, oramai, è quello che è) e gli ho fatto tutte le mie raccomandazioni; e poiché temevo che non essere in grado di farmi capire, ce l’ho messa proprio tutta. Mi sono persino sforzato di parlare come fanno gli aironi, facendo dei versacci e muovendo il collo su e giù. Ho cercato di fargli capire per bene che sarebbe stato meglio che non avesse insegnato agli altri aironi e specialmente ai suoi figli quello che aveva appreso qui. Meglio che non gli avesse insegnato che ci si può fidare egli uomini. Il setaccio della Natura lavora anche sui comportamenti e usare le buone maniere e dare confidenza agli uomini e fidarsi di loro, per un animale selvatico, è estremamente pericoloso. Pericoloso fino alla morte: ad un airone potrebbe anche capitare di lasciarci le penne. D’un tratto, così come era arrivato un mattino d’autunno, Sibla, un brutto giorno, all’inizio di marzo, è sparito e non si è più fatto vedere. Ed io sono rimasto con la paura di averlo perso per sempre e con qualche impronta di airone nel cuore.

Contenti come delle pasque - novembre del 2010[modifiché]

Passata la stagione delle belle giornate, quando è venuto un altro novembre, in un giorno con un sole fiacco che mancava come la linfa in un fiore appassito, un airone cinerino si è fatto trovare ad una certa ora sul tettuccio delle api… ostentava penne lucide e un ciuffetto quasi dritto da rimanere incantati. Io, non ho vergogna a dirlo, non stavo più nella pelle. A casa mia, e a casa dei vicini eravamo contenti come pasque e siamo stati gentili e disposti al dialogo per tutto il giorno.

Conclusione – marzo del 2011[modifiché]

Per quanto riguarda le raccomandazioni di stare zitto e non dire nulla agli altri aironi, raccomandazioni che si sarebbero potute chiamare «guai fidarsi degli uomini per non rischiare la pellaccia», mi era sempre rimasto il dubbio che non avesse capito bene ciò che mi ero sforzato di dirgli (da un canto il parlare con un airone non è cosa facile e dall’altro lui si era dimostrato piuttosto duro di comprendonio…). Dubbio che però è svanito nel nulla quando ho visto un altro airone che cercava di scendere alla vasca dei pesci con l’intenzione di spigolare qualcosa. «Qualcuno», invece di stare zitto, e magari per vanto, doveva aver raccontato tutto per filo e per segno. Un attimo dopo l’occupazione del suo «spazio aereo», Sibla ha iniziato ad inseguire l’airone forestiero con un’agilità da non credere, coraggioso e veloce come una pavoncella in primavera. Ha iniziato a fare versacci, ad emettere grida, mi è persino sembrato che dicesse… «di non fidarti… di non fidarti… la pellaccia». Dopo un tonneau, un looping e dopo aver evitato la pianta di melo è passato proprio vicino alla finestra dove io stavo vedendo tutta la scena. Era talmente vicino che sono riuscito a vedergli bene le lunghe penne delle ali e quelle corte e forti della coda, le zampe grigie, il becco verdolino, gli occhi… i suoi occhi: sono sicuro che stessero ridendo sotto a quel ciuffetto di penne quasi dritto che aveva in testa. Delle raccomandazioni e di quel certo discorso che gli avevo fatto a suo tempo, aveva capito tutto!… a modo suo.