Elisabetta Silvestri/Lètra al mè òm/Lettera a mio marito

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Artorn


Lettera a mio marito[modifiché]

Ciao Giovanni, ho pensato di scriverti una lettera, perché non riesco più a parlarti di persona. Vorrei che ti sedessi tranquillo su una sedia per un momento, ad ascoltare quello che ho da dirti. Mi piacerebbe che mentre leggi, chiudessi gli occhi e tornassi indietro con la memoria…

Ti ricordi, Giovanni, quando ci siamo conosciuti? Lo sai, sono già passati quasi 30 anni… E mi ricordo quant’eri bello e avevi una lambretta tutta rotta, ti ricordi? Allora eravamo innamorati e ci bastava poco per stare bene, mi bastava che mi prendevi la mano per essere felice e per toccare il cielo in un attimo! Eri un bel morettino, lavoravi con energia, facevi gli straordinari per poter guadagnare di più ed essere a posto per andare via da casa. Ti ricordi che mio papà non ti sopportava? Ma tu sei stato più forte di lui, ti sei dato tanto da fare, finché poi siamo riusciti a sposarci in quella bella chiesa piccolina… Che giorno meraviglioso! Ti ricordi? Eravamo tutti emozionati, anche mio papà aveva il magone… Non ti avevo mai visto così elegante, sembravi un altro! Ero orgogliosa quel giorno, perché sapevo di sposare per la vita un uomo bravo e bello. In cinque anni abbiamo riempito la casa con tre bei bambini… Ti ricordi quando era nato il nostro primo figlio? Sei andato di corsa in chiesa per ringraziare il Signore! E piangevi per il bel regalo sceso dal cielo. In tutti questi anni di matrimonio ho sempre cercato di non farti mai mancare niente e tra lavoro famiglia e casa mi son proprio data da fare. Tirar grandi tre figli non è come dirlo!, e tu mi sei sempre stato vicino, ti ricordi al parco, al mare, quando andavamo in montagna a camminare… che stancate…! Ma che felicità! Io, come sai, mi sono sempre accontentata di poco, mi bastava una tua parola buona, per farmi passare tutta la stanchezza e ricominciare senza fatica la giornata! Ne abbiamo superate di cose, belle e anche brutte. I nostri figli sono cresciuti bene e sono grandi ormai, e tutti vorrebbero trovare un lavoro per andar fuori casa e non pesare più su di noi. Ma adesso che incominciavamo a stare bene… adesso io non riesco più capire cosa sia successo! Non sei più come prima… Adesso la sera esci sempre più spesso… Hai fatto amicizia con persone che non sono proprio il massimo… te l’ho già detto… lasciali stare. Sembra che hai perso la bussola, vivi come uno che no ha più cervello … Poi da quando sei venuto a casa dicendo che ti avevano licenziato… è incominciato il vero inferno! Tutti i giorni sempre più ubriaco, tanto da far vergognare anche i nostri figli… E poi, come se non fosse già abbastanza, tutta la tua rabbia… chissà perché devi rovesciarla tutta su di me! Dimmi un po’: ma cosa ho fatto di male?! Perché devo subire tutta la tua violenza?! E adesso che sono qui in ospedale con un occhio nero e una spalla incrinata, ho trovato il tempo per scriverti, con la speranza che mi ascolti, che mi ascolti per davvero… Giovanni, facciamo così: tutte le volte che ti viene voglia di picchiarmi, fermati un momento: conta fino a dieci, fai un bel respiro e cerca di dominare la forza del tuo braccio, in modo che da schiaffo violento diventi una morbida carezza… E prova, ti scongiuro, prova a guardarmi negli occhi, lascia che ti abbracci. Io lo so che dietro alla tua rabbia c’è ancora il ragazzo che ho conosciuto: lascialo venir fuori!… e vedrai… che tutto andrà a posto.

Ciao Giovanni e … quando verrò a casa, andiamo a mangiare un gelato?

Nota. Questa lettera è solo un’idea di fantasia: io sono fortunata, per mio marito non mi serve proprio. Ma mi pare che di donne nella situazione di quella della lettera ce ne siano ancora troppe…