Norme sulla grafia

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Artorn a la tàula


Norme sulla grafia piemontese koiné[modifiché]

Questa grafia, fissata da Pinin Pacòt (Giuseppe Pacotto) e l’Editore Viglongo nel lontano 1927, è nel complesso aderentissima alla tradizione settecentesca. Il valore della maggior parte dei segni è quello che essi hanno in italiano, tuttavia si segua con scrupolo quanto segue:

e    senza accento, si pronuncia di regola aperta in sillaba chiusa (mercà) e chiusa in sillaba aperta  

     (pera) ma vi sono alcune eccezioni: é simile alla e chiusa italiana ma più aperta (caté, lassé),

     è simile alla e aperta italiana ma più aperta (cafè, përchè).

ë    detta e semimuta, simile a quella francese di le (fërté, viëtta)

eu  simile al francese eu (cheuse, reusa)

o    simile alla u italiana (conté, mon)

ò    simile alla o aperta italiana, in piemontese è sempre e solo tonico (còla, fòrt)

u    simile al francese u o tedesco ü (bur, muraja)

ua   dopo la q (e in pochi casi isolati) vale ua di quando (quand, qual)

ùa    si pronuncia bisillabo üa (crùa, lesùa)

j       simile alla i iniziale di ieri e alla i di mai (braje, cavej), tuttavia nella grafia piemontese la j ha

       solo valore etimologico e nella pronuncia non si sente o si sente appena (ciò e vero

       specialmente dopo la i, es: fija < lat. volg. FILIJA < lat.class. FILIA; si trova di solito in

       corrispondenza con un gl italiano)

n-     velare o faucale, senza corrispondente preciso in italiano, ma simile alla n di fango

       (lun-a, sman-a)

s       iniziale di parola o postconsonantica, suona s sorda (sapa, batse), tra vocali è sempre sonora

        (lese, posé)

ss      si usa solo tra vocali per indicare la s sorda (lassé, possé)

s-c     si usa per indicare il suono di s come in scatola seguito da c palatale come in cena (s-ciapé,

         ras-cé, mas-c). Sono parole dai suoni onomatopeici

z         si usa solo in posizione iniziale o postconsonantica per indicare la s sonora (zanziva, monze)

v         in posizione finale di parola si pronuncia simile alla u di paura (ativ, luv =attivo, lupo) e così

          avviene anche nel corpo di una parola quando non corrisponda a una v italiana (gavte, luva =

          togliti, lupa), negli altri casi ha il suono della v italiana (lavé, savej = lavare, sapere).

Accentazione[modifiché]

Si segna l’accento tonico sulle sdrucciole (stiribàcola), sulle tronche uscenti in vocale (parlé, pagà, cafè), sulle piane uscenti in consonante (quàder, nùmer), sul dittongo ei se la e è aperta (piemontèis, mèis), sul gruppo ua quando la u vale ü (batùa), su gruppi di i più vocale alla fine di una parola (finì, podrìo, ferìe). L’accento si segna in pochi altri casi isolati, dove non occorrerebbe per regola o per indicare eccezioni (tèra, amèra, dove la e di sillaba aperta dovrebbe essere chiusa mentre è aperta) e può facoltativamente segnarsi sulla e delle finali di - et, - el per indicare il grado di apertura (bochèt, lèt). L’accento serve inoltre a distinguere alcune coppie di omografi ( = verbo, sa = questa; = avverbio, la = articolo).

Particolarità grafiche[modifiché]

L’articolo determ. maschile pl. corrispondente all’italiano i (es. i libri ) si scrive ij (es. ij liber, ij cit), per distinguerlo dal pronome pers. verbale o pronome atono proclitico di prima persona i (es. i faso, i canto, i disoma), ma generalmente si pronuncia la i senza che si senta la j. Nelle forme a-i, i-i, a-j, i-j, la i rappresenta l’avverbio di luogo i (dal latino ibi e corrispondente al francese y), mentre la j rappresenta il pronome di terza persona (es. a-i é = c’è; i-i son = ci sono; a-j lo dà = glielo da; i-j lo leso = glielo leggo).

Dal punto di vista storico si deve tener conto che in Piemonte il latino ha subito alterazioni ben più profonde che non in Toscana, per cui le parole piemontesi contengono un minor numero di fonemi, cioè sono più brevi delle corrispondenti italiane. Per esempio: fnoj, maslé, poi, plé, tajé, che corrispondono all’italiano finocchio, macellaio, pidocchio, pelare, tagliare, derivano nelle due lingue dalle stesse parole latine fenuculum, macellarius, peduculus, pilare, taliare. Nel piemontese sono cadute praticamente tutte le vocali atone del latino, eccetto la a dei femminili e le consonanti occlusive intervocaliche si sono lenite giungendo talora sino al dileguo, mentre non esistono consonanti doppie propriamente dette. I dialetti del Piemonte ancora oggi si contraddistinguono da elementi lessicali caratteristici che sono estranei all’italiano letterario ma nei secoli trascorsi erano in numero assai più elevato e molto più evidenti risultavano le analogie con il gallo romanzo, in ispecie con i vicini dialetti franco-provenzali e provenzali.

Le moderne innovazioni lessicali prodotte da un uso improprio d’italianismi, hanno contribuito a mutare sensibilmente la fisionomia del piemontese (già da tempo classificabile anche tra le parlate gallo-italiche), ecco alcuni esempi:

-restituzione di occlusive sorde intervocaliche es. frel = fratel e ancora: ghërsin = grissin

-eliminazione della sibilante s es. fassil = facil; sërchè = cerchè; sëstin = cëstin

-restituzione delle vocali atone prima cadute, es. dlicà = delicà; dventé = diventé; vrità = verità.

Per restituire al piemontese le sue originali peculiarità linguistiche è necessario arginare questa invasione dell’italiano e mantenere o rimettere in uso forme e vocaboli tipici.

Avertiment important[modifiché]

I loma studià la Koiné ò Grafia Unificà dla lenga piemontèisa. As parla con quaj nuansa diversa ant la pian-a e ‘nt le valade alpin-e da Turin fin-a a Coni; a Ast, a Ivrèja e a l’é sovens dovrà dcò ‘nt ij pais monfrin, canavzan, bielèis e d’àutri che pura a conservo soe varietà particolar ëd piemontèis. Ant le parlade locaj as treuvo ‘d son ch’a manco ‘nt ël piemontèis literari. Da già ch’a son sign gràfich ch’as dòvro ‘nt le variant locaj dzora marcà, i mostroma ‘mbelessì coj ch’a son ij pì ‘mportant e coma as podran ëscrivse:

ò   o sarà, canavzan-a e bielèisa ch’a corispond sovens a la o e dle vire a la eu piemontèisa. Es.:

    bielèisa = fiòr; piem.= fior; canavz.= fòja; piem. =  feuja

ts  ch’a corispond a la s sorda piemontèisa. Es.: an montagna bielèisa blëtsa; piem. blëssa^

sc  prononsià a l’italian-a e ch’a corispond a la s piem. Es.: biel. scinch, scësta; piem. sinch, sësta

ĝ   ch’as prononsia parèj dla j fransèisa ‘d jardin e a corispond a la z ò la g del piemontèis literari.

    Es.: an montagna bielèisa ĝenĝiva, ĝent; piem. zenziva, gent.

n-n  ch’a corispond a la n- fàucal piem. e ch’as dis parèj ëd na n- fàucal seguìa da na n dental.

     Es. monfrin bon-na; piemontèis bon-a

ȓ  ch’as prononsia an arvirand la ponta dla lenga ‘ndarera e a peul corisponde tan a la l coma la r

    dël piemontèis literari. Es.: monfrin, astesan, ȓa  siȓa; piemontèis, la sira.