Giovanni Cerutti/Canson/Prefazione di Giovanni Cerutti

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LE CANSON PIEMONTÈISE 'D BARBA GIOANIN ËL CANTASTÒRIE[modifiché]

In questo fascicolo ho raccolto i testi delle canzoni piemontesi che ho cantato e suonato da solo o con il Coro della Compagnia Musicale Cuneese: le avevo già pubblicato in numerosi fascicoli (“scartari”) e in alcuni libri, a cominciare da “Avvenimenti e personaggi della storia del Piemonte nelle canzoni popolari” del 19 luglio 2001, fino alle “Canson d’amor” del 30 marzo 2012. Il risultato è quest’antologia di 137 canzoni in lingua piemontese, che spero possa interessare gli amici della cultura piemontese; si tratta, tuttavia, di una raccolta “particolare” e non sistematica, perchè rispecchia le mie scelte compiute in questi anni, avendo dato la preferenza ai canti di argomento storico, a quelli che parlano di Cuneo, ai canti di Natale e del pastore Gelindo, alle canzoni di Padre Ignazio Isler e di Angelo Brofferio, alle canzoni d’amore, alle “canson dròle” (canzoni scherzose, ironiche, satiriche), ai canti per bambini e a quelli degli Alpini e della montagna.

Il Piemonte possiede un invidiabile patrimonio poetico e musicale di canti, che si è formato nel corso di diversi secoli. Per comodità di analisi, questi canti li possiamo classificare in due grandi gruppi: i canti popolari “anonimi”, dei quali oggi non conosciamo gli autori dei testi e delle musiche, e le canzoni “d’autore”.

Tra i canti popolari piemontesi, alcuni studiosi ritengono che la celebre ballata Dona Lombarda (n. 25) si riallacci addirittura a una vicenda del VI secolo: la “donna lombarda” (e l’aggettivo sta per “longobarda”) sarebbe, infatti, Rosmunda, regina dei Longobardi, che su istigazione dell’amante Longino, esarca di Ravenna, offrì una bevanda avvelenata al marito Elmichi, il quale, accortosi dell’inganno, costrinse Rosmunda a bere il veleno. Anche la più popolare delle canzoni piemontesi, La bërgera, (n. 55) pare sia nata nei primi anni del Duecento nelle valli cuneesi confinanti con la Provenza, come afferma Renato Scavino in un suo studio pubblicato nel 2002. Venendo avanti nel tempo, Castel ëd Verua (n. 12) potrebbe risalire a un fatto del 1387, quando il marchese Teodoro di Monferrato assediò la città sabauda di Verrua, sulla riva destra del Po. In quest'avvenimento si colloca l’episodio dell’anonima eroina che, facendo rotolare un pietrone dall’alto del castello di Verrua, inabissò l’imbarcazione nemica che tentava di cogliere di sorpresa i difensori della città. Attraverso le canzoni popolari piemontesi è possibile ripercorre altri momenti della storia della nostra regione. Ad esempio, La marcia dël Prinsi Tomà (n. 70) si riferisce alla guerra che in Piemonte, negli anni 1637 – 42, contrappose i “Madamisti” (i sostenitori della Reggente Madama Reale Cristina di Francia, vedova del Duca Vittorio Amedeo I di Savoia) ai “Principisti” (i sostenitori dei Principi Maurizio e Tommaso di Savoia, fratelli del defunto Duca); l’assedio di Torino del 1706 fu cantato nella ballata di un anonimo cantastorie, An Turin j-è ‘n bel giardin (n. 6), mentre un episodio della guerra di successione al trono d’Austria (1742 – 48) compare nella canzone Ël Regiment Piemont (n. 33).

Il Settecento fu il secolo d’oro dei cantastorie ambulanti, i quali passavano nelle varie città e paesi del Piemonte in occasione di fiere e mercati e, cantando, portavano le notizie dei principali avvenimenti del tempo, esprimendosi in piemontese o in francese, le lingue allora più conosciute. I cantastorie hanno raccontato – ad esempio – la morte del barone Karl Sigmund Friedrich von Leutrum - Baron Litron (n. 8), Governatore di Cuneo, avvenuta nel 1755, e lo sfortunato matrimonio avvenuto nel 1781 tra la principessa Maria Carolina di Savoia, figlia di re Vittorio Amedeo III, e il duca Antonio di Sassonia (La bela Carolin, n. 54). Quasi tutti i canti popolari piemontesi hanno delle caratteristiche che li distinguono da quelli delle regioni del centro – sud d’Italia, a cominciare dal fatto che sono “narrativi”, perché raccontano una storia, e contengono un insegnamento sui valori morali che regolavano l’ordinato andamento delle famiglie e delle comunità locali. Nella creazione di nuovi canti erano sicuramente più numerosi gli autori di un nuovo testo rispetto a chi era in grado di comporre una melodia, per cui, a volte, si prendeva la musica di una precedente canzone e si adattavano nuove parole. Ad esempio, a metà del Cinquecento, quando gran parte del Piemonte era occupata dai Francesi, potrebbe essere nata la canzone A Turin, a La Reusa Bianca (n. 2), che narra la triste vicenda della bella figlia dei proprietari della locanda Alla Rosa Bianca la quale, nonostante l’opposizione della madre, volle andare in sposa al Re di Francia; quando il corteo passò lungo la riva del mare, lei annegò, come aveva detto la maledizione della madre. Alla fine dell’Ottocento, al tempo delle grandi immigrazioni dall’Italia alle Americhe, su quest’antica melodia furono adattate le nuove parole di Mamma mia dammi cento lire, che raccontano una storia simile: una ragazza disobbedisce alla madre, che la maledice; poi s’imbarca per emigrare in America e muore nell’affondamento della nave. Quando nel 1528 il marchese Michele Antonio di Saluzzo morì a Napoli per le ferite riportate nell’assedio di Aversa, nacque la canzone Sor Capitani di Salusse (n. 119), che riporta le ultime volontà dettate dal marchese ai soldati: il suo corpo doveva essere diviso in quattro parti, da mandare in Francia, nel Monferrato, alla mamma e a una misteriosa “Margherita”. Durante la Prima Guerra Mondiale, questa canzone divenne il celebre Testamento del Capitano, con l’analoga storia del corpo del Capitano caduto in battaglia e diviso in varie parti per altrettanti destinatari. Un'altra canzone della prima metà del Cinquecento, La Lionòta (n. 69), la storia di una ragazza piemontese che accetta di entrare come vivandiera nell’esercito francese, dopo aver avuto assicurazione che non avrebbe dormito per terra ma in un letto con lenzuola di tela d’Olanda, negli anni del Risorgimento divenne la canzone La Violeta. Tra Ottocento e Novecento i canti popolari piemontesi hanno avuto un incremento con i canti degli Alpini, degli operai e delle mondine; molti di questi canti sono stati scritti in lingua italiana, ma non mancano i testi in piemontese, come si vede anche in questa antologia.

Nell’Ottocento cominciò la raccolta dalla viva voce degli informatori, e poi la pubblicazione a stampa, di numerosi testi di canti piemontesi, a cominciare dalla raccolta di Domenico Buffa (1818 – 1858), Giuseppe Ferraro (1845 – 1907) con i Canti popolari del Monferrato, e Costantino Nigra (1828 – 1907) con i Canti popolari del Piemonte, una fondamentale e sempre attuale raccolta di 153 canti (testo e commento storico), pubblicati nel 1888 e più volte ristampati, fino alla recente edizione del 2009. Un limite di queste antologie era che non avevano la linea melodica dei canti; questo lavoro è stato, invece, portato avanti dal musicista torinese Leone Sinigaglia (1868 – 1944), che annotò la musica di oltre 400 canti popolari piemontesi.

Un secondo filone di canti in piemontese è rappresentato dalle canzoni “d’autore”, delle quali si conoscono i nomi degli autori della musica e delle parole. In Piemonte questo genere musicale è noto fin dalla prima metà del Settecento, con l’opera di padre Ignazio Isler (1702 – 1780), parroco della Crocetta, a Torino. Egli ha scritto le parole e la musica di oltre cinquanta canzoni, prevalentemente di carattere comico e satirico, che sono state pubblicate in edizione moderna da Alfredo Nicola nel 1960 e nel 1968 a cura di Luigi Olivero e Andrea Viglongo. Queste canzoni ebbero una grande popolarità e in alcuni casi sono poi diventate canzoni “popolari”, perché chi le cantava non sapeva più che l’autore era padre Isler, subendo anche profonde modificazioni nella musica e nel testo. Un esempio è la canzone Le deformità d’una figlia che, stimandosi bella, vuole maritarsi (n. 84), scritta da Isler nel 1731, che si è trasformata in seguito nella popolare Rosamaria (n. 116). Un altro esempio è la canzone La barchëtta (n. 53), del 1833, parole e musica di Angelo Brofferio, oggi entrata nel repertorio di molte corali piemontesi.

Un genere caratteristico delle canzoni piemontesi è il “contrasto” tra due soggetti. In quest’antologia vi sono questi esempi di “contrasto”: tra due compagni di lavoro (n. 20); tra Girometta, una ragazza di montagna venuta a lavorare in paese, e gli abitanti del luogo (n. 41); tra un contribuente e l’esattore delle tasse (n. 43); tra una cameriera (la “creada”) e una donna delle pulizie (la “serventa”) (n. 64); tra una ragazza e l’innamorato (n. 79); tra una figlia e la madre, per la scelta del marito (n. 80); tra un marito geloso e la bella moglie Marion (89).

Nei canti popolari piemontesi compaiono anche preti, frati e monache (a quei tempi c’erano solamente monasteri di clausura), che spesso sono bonariamente presi in giro. In questa antologia ne sono esempi le canzoni Fra pataloch (n. 37), La monia zolìa (n. 73) e Nineta (n. 102)

Tra gli anni Trenta e Cinquanta del secolo scorso, la Companìa dij Brandé diede un contributo notevolissimo alla creazione di nuove canzoni piemontesi di alto valore poetico e musicale, grazie alla collaborazione di poeti quali Nino Costa, Armando Mottura, Carlottina Rocco, Renato Bertolotto, Luigi Olivero, Elisa Vanoni Castagneri, e di musicisti del calibro di Ettore Desderi, Adolfo Cantù, Michele Lessona, Alfredo Nicola (che fu anche poeta), Vincenzo Davico e Luigi Perrachio. In quest'antologia ce ne sono quattro esempi: La camisin-a (n. 59), Montagnin-a (n. 96), San Lorens, l’uva a tens (n. 120) e Stèile alpin-e (n. 124).

A proposito della lingua dei canti piemontesi c’è da notare il frequente uso dell’espressione “S’a” davanti al verbo, che ha valore rafforzativo del verbo stesso. In passato (sempre più lontano nel tempo!) vi erano delle occasioni e dei luoghi tipici, dove la gente cantava in coro volentieri: i campi, la stalla, il cortile, l’osteria, l’oratorio parrocchiale, la bottega artigiana, la filanda; nei lavori agricoli si cantava durante la vendemmia, la fienagione, la mietitura, la monda del riso, quando si sfogliavano le pannocchie di granoturco o quando le donne cucinavano, o filavano la lana o rammendavano. Anche nel tragitto che si faceva a piedi con altri compagni di lavoro tra la casa e i campi o tra la casa e la fabbrica, molto spesso si cantava. Quando ero giovane, si cantava ancora nelle feste e nei raduni familiari (pranzi di nozze, in particolare), nelle gite turistiche, nei pellegrinaggi in pullman e nei campeggi alpini organizzati dalla parrocchia. Oggi dobbiamo prendere atto che questo mondo è finito, e che le occasioni di cantare insieme i canti popolari tradizionali sono sempre più rare. Eppure, questi canti sono dei beni culturali importanti che, prima di perderli, dobbiamo continuare a farli conoscere alla gente: ragazzi, giovani e meno giovani! A cominciare dalla grammatica scritta a Torino dal medico cuneese Maurizio Pipino nel 1783, la lingua piemontese è codificata in numerosi dizionari e grammatiche, ma non dobbiamo cercare la precisione grammaticale nei testi delle canzoni, soprattutto di quelle più antiche e popolari. Tuttavia, l’amico barba Guido (Guido Musso) ha attentamente revisionato la grafia dei testi piemontesi delle canzoni di questo fascicolo, per renderla il più possibile rispettosa delle regole ortografiche, grammaticali e sintattiche oggi in vigore: a lui va il mio più sincero ringraziamento!

Giovanni Cerutti.