Giovanni Cerutti/Canson/O ciao, ciao, Maria Catlin-a

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Artorn


Ò CIAO, CIAO, MARIA CATLIN-A

È uno dei più celebri canti popolari piemontesi, conosciuto anche come la “Monferrina”, una versione piemontese del ballo della “corrente”, nel ritmo di 6/8. Non fermiamoci troppo all’analisi del testo, con le sue frasi a volte strampalate (“Diamogli una setacciata”, “Riso, cavoli e tagliatelle”, “Ancora una volta sotto la porta” o “Sotto la riva”), perché ciò che conta è il ritmo per ballare. La canzone ci porta in una festa di paese, dove la più desiderata dai giovanotti è Maria Caterina. Lei, però, disdegna i giovani del suo paese e si concede al ballo solamente con un bell’ufficiale. Nel loro libro “Il romanzo del canto popolare piemontese”, Franca e Vladi Orengo hanno scritto questo curioso aneddoto: “Dopo la battaglia della Cernaia (- 16 agosto 1855, Guerra di Crimea -), gli ufficiali alleati invitano a un pranzo gli ufficiali russi fatti prigionieri. Vini francesi, piemontesi, della Crimea, whisky scozzese e cognac accendono cuori e fantasia; al levar delle mense, gli ufficiali russi, in un’impennata di orgoglio, si alzano e intonano l’Inno allo Zar, che viene ascoltato in piedi e con rispetto dagli ufficiali alleati. Alla fine dell’inno russo, gli inglesi intonano a loro volta il “God save the Queen” (Dio salvi la Regina); stesso rito per i francesi che intonano la Marsigliese, ma, sgomento per gli ufficiali piemontesi: il Regno di Sardegna non ha un suo inno ufficiale da cantare (la “Marcia Reale” si suonava!). Si racconta che a salvare la situazione fu un giovane ufficiale di Monforte d’Alba, il maggiore Domenico Paolo Martina che, venuto il turno dei piemontesi, intonò con prontezza e ironia, in tono lento e solenne, proprio la Monferrina! Ritenendo che fosse proprio l’inno del Regno di Sardegna, tutti gli ufficiali delle altre nazioni ascoltarono sull’attenti! Al Colonnello Domenico Paolo Martina, il Comune di Monforte d’Alba ha intitolato il Museo Civico, nello storico palazzo Martina, che ripercorre la vita, le vicende e gli interessi di questo militare del Risorgimento.


“Ò ciao, ciao, Maria Catlin-a, domje, domje na siassà”;
“Ò sì, sì, ch’i la darìa, l’hai lassà 'l siass a ca”.
“Ris e còj e tajarin, guardé 'n po’ com i balo bin!”.
“Balo mej le paisanòte che le tòte 'd Turin”.

(Rit.) Ò bondì, bondì, bondì, 'ncora na vòlta, 'ncora na vòlta,
ò bondì, bondì, bondì, 'ncora na vòlta e peui pa pì.
'Ncora na vòlta sota la pòrta, 'ncora na vira sota la riva,
ò bondì, condì. bondì, 'ncora na vòlta e peui pa pì.

“Còs it fas, Maria Catlin-a, lì setà sël taboret, da na man la ventajn-a e da l’àotra 'l fassolet;
pié na giòia che ve pias, dej la man, tirela 'n bras,
la corenta a l’é pì bela e peui traderiderà”. (Rit.)

Për dansé la monferin-a l’é rivaje n’uffissial,
l’ha ciapà Maria Catlin-a, l’ha portala 'n mes al bal.
“Fate 'n là, ti paisan, passo mi col guardanfant;
fame mach un bel inchin e mi 't faso 'n bel basin”. (Rit.)